La Chiesa del Convento Santissima Trinità

Via Convento, 2, Baronissi, SA, Italia

Sito Web

089.878005

09:00-12:00 16:00-19:00

La Chiesa del Convento, con pianta a croce latina, è lunga 52 m e larga circa 13 m.

Varcata la porta d’ingresso, si entra in un vestibolo rettangolare, la cui volta è divisa in quattro vele, in ognuna delle quali è affrescata una figura allegorica (la Musica, la Grazia, l’Anima, l’Armonia). All’inizio della navata, tra la prima cappella a destra e sinistra, vi sono due volte a vela affrescate con rappresentazioni allegoriche delle otto beatitudini. Questi affreschi, datati 1699, fanno parte della lunga serie di opere di Michele Ricciardi presenti in questo convento.

La navata è coperta da un soffitto ligneo dipinto, commissionato dai signori Decio e Benedetto Farina, risalente al 1695, in cui sono inserite tre tele del XVII secolo di grandi dimensioni. Quella centrale, raffigurante la Gloria di San Francesco, è della cerchia di Angelo Solimena, o probabilmente autografa dello stesso autore. Le due tele laterali invece raffigurano San Giovanni da Capestrano alla battaglia di Belgrado e San Francesco, e sono entrambe di Andrea Miglionico.

Sull’intradosso sinistro dell’arco trionfale che separa la navata dal transetto, racchiusa da una cornice lignea intagliata e dorata e protetta da un vetro, è presente un’immagine miracolosa della Madonna dell’Arco, dipinta ad affresco dal M.R.P. Diego Campanile da Sanseverino iuniore nel 1652. Intorno a quegli anni grandi schiere di fedeli accorrevano dalle regioni vicine tanto che si rese necessaria la costruzione di un altare per la celebrazione della Messa. L’immagine della Madonna fu incorniciata da stucchi e gioielli. Durante i restauri della Chiesa nel 1919 fu deciso di abolire l’altare e gli stucchi che costituivano un intralcio e che compromettevano l’armonia e la simmetria nella veduta d’insieme della Chiesa.

L’altare maggiore (purtroppo parzialmente eclissato da un altro altare posticcio posizionato al centro del transetto per la celebrazione secondo la riforma liturgica) risale al 1708 ed è interamente intarsiato. Il paliotto, anch’esso intarsiato, riprende le decorazioni del soffitto della navata. Il presbiterio è racchiuso da una balaustra in marmo realizzata nel 1723 a spese della famiglia Campanile, come è testimoniato dagli stemmi presenti sui pilastrini del cancello.

Alle spalle dell’altare maggiore si trova il coro in noce, intagliato, intarsiato e datato 1710. Alle pareti affreschi di Michele Ricciardi (alcuni di essi sono stati coperti quando, negli anni cinquanta, fu murata la finestra con vetrate policrome e posizionato l’organo) datati 1708-1709 raffiguranti l’Incontro di San Francesco di Paola con Luigi XI, la scena di San Francesco alla corte del Sultano e, nella volta a botte, la Gloria dell’Immacolata, ritenuto uno degli affreschi più belli mai dipinti dal Ricciardi.

A questo biennio sono collocabili anche gli affreschi del cleristorio della navata, raffiguranti le Allegorie della Religione, della Fede, della Giustizia, della Pazienza, del Pianto, della Fortezza.

Alla mano del Ricciardi appartiene inoltre l’intera decorazione del transetto, con l’Assunzione della Vergine, datata 1721, la Gloria dell’Ordine Domenicano da una parte e Francescano dall’altra, le Visioni di San Domenico e del beato Giovanni Duns Scoto, il Sogno di Giacobbe ed il Sacrificio d’Isacco. Ma l’esperienza del Ricciardi in questo convento non era ancora terminata: nel 1731 è chiamato per la Via Crucis, un insieme di 14 tele, ora conservate nel Museo dell’Opera del Convento mentre per la Chiesa sono state riprodotte come fotografie stampate su tela. Purtroppo però nel secolo scorso si sono verificati interventi di pessimo gusto che hanno modificato l’insieme della chiesa ed il suo valore artistico. Nel 1953 infatti fu sostituito il meraviglioso pavimento settecentesco in maiolica con piastrelle di cemento, fu abolita la sopraelevazione del transetto, lasciando gli altari con un gradino sproporzionato, furono eliminate numerose tombe ed epigrafi molto antiche o comunque rimosse dalla posizione originaria, fu murata una finestra ornamentale con vetri policromi che dava luce al coro, spostate le canne dell’organo dalla posizione originaria e naturale, ovvero dalla cantoria furono trasferite nel coro, comportando così la copertura degli affreschi di Michele Ricciardi, ed infine fu sostituito lo splendido soffitto del transetto, causando la completa distruzione del tavolato e di una tela del Miglionico di grandi dimensioni, raffigurante la morte di San Francesco. Ma gli interventi sbagliati purtroppo sono continuati nel tempo: di recente è stata trasferita la pala raffigurante l’Immacolata tra S. Francesco e S. Antonio di Teodoro d’Errico dalla cappella dell’Immacolata sull’altare maggiore, creando in questo modo uno squallido vuoto nella cappella ed uno stravolgimento delle proporzioni originarie della chiesa. Lungo la navata ed il transetto si sviluppa una serie di venti cappelle gentilizie, che nei secoli scorsi erano di juspatronato delle famiglie nobili locali, le quali vi esercitavano il diritto di sepoltura. In quasi tutte queste cappelle si possono ammirare opere lignee di Niccolò Fumo.

La prima cappella attualmente è priva dell’altare, dello stemma gentilizio e della pala d’altare (quest’ultima è custodita nel Museo dell’Opera del Convento), che raffigura la Natività di Gesù, con la Vergine e San Giuseppe a sinistra, ed un gruppo di santi a destra tra i quali si nota in primo piano san Carlo Borromeo, in vesti cardinalizie, titolare della cappella, ed un santo domenicano. Tra la prima e la seconda cappella ai piedi del pilastro si trova una lastra tombale del 1462.

La seconda cappella, dedicata a San Pietro d’Alcantara con la staua lignea del santo scolpita da Nicola Fumo, è sormontata dallo stemma francescano ed era di proprietà della famiglia Pastore di Capriglia.

La terza cappella presenta un Crocifisso ligneo di Nicola Fumo ed è sormontata dallo stemma gentilizio della famiglia Donato di Baronissi.

La quarta cappella, dedicata a San Giuseppe, ospita una scultura lignea di Nicola Fumo. Un tempo di juspatronato della famiglia Pennini di Sava, è stato rifatto dalla famiglia Barra nel 1935.

La quinta cappella, dedicata a San Michele Arcangelo, presenta lo stemma gentilizio della famiglia Scalea di Sava, la quale aveva diritto di sepoltura, che cedette alla famiglia Mutarelli di Saragnano. La statua è opera di Nicola Fumo.

La sesta cappella, dedicata alla Madonna del Carmine, era della famiglia Mari di Saragnano, come si evince dallo stemma gentilizio.

La settima cappella, attualmente priva dell’altare e sormontata dallo stemma francescano, presenta una lastra tombale con lo stemma della famiglia Ricciardo di Saragnano. In questa cappella di recente è stato scoperto un affresco del Quattrocento raffigurante San Francesco che passa le anime elette alla Madonna. In verità tale affresco ha una continuazione, come emerge da alcune scrostature della pittura, ma tutto resta in sospeso per motivi economici.

La prima cappella, come la corrispondente destra, è priva dell’altare, dello stemma gentilizio e della pala d’altare, trafugata, che raffigurava la Nascita del Battista, al quale era dedicata la cappella.

La seconda cappella ha sul frontale lo stemma gentilizio della famiglia Farina, ed è dedicata alla Madonna delle Grazie, raffigurata nella bella pala d’altare, della scuola di Andrea Sabatini.

La terza cappella, dedicata a Santa Rosa da Viterbo, ha sull’arcata lo scudo della famiglia Siniscalchi di Baronissi. La statua è opera di Nicola Fumo.

La quarta cappella presenta lo stemma della famiglia Mutarelli, ed è dedicata a San Bonaventura di cui è ospitata una scultura lignea opera di Nicola Fumo.

La quinta cappella, dedicata all’Addolorata, con la statua lignea opera di Nicolò Fumo, ha lo stemma gentilizio della famiglia d’Avossa originaria di Bergara (Regno di Spagna), ed è appartenuta alle famiglie Petrone e Pagliara.

La sesta cappella, dedicata attualmente a Santa Chiara d’Assisi, era un tempo dedicata a San Diego, ed era di proprietà della famiglia Barone. La statua della Santa è di fattura recente.

Le settima cappella attualmente è priva dell’altare, ed è sormontata dallo stemma gentilizio della famiglia Scalea. Anche in questa cappella, come nella corrispondente a destra, da alcune scrostature della pittura sono emersi segni di affreschi molto antichi, ma anche in questo caso bisognerebbe indagare.

La prima cappella a destra è dedicata a Sant’Anna, un tempo della famiglia Barbariti di Sava, presenta ora lo stemma della famiglia Rocco. L’altare è stato rifatto nel 1949, anno in cui fu aggiunta nella nicchia una statua in cartapesta della Madonna.

La seconda cappella a destra è dedicata alla Madonna di Montevergine e presenta una statua lignea di Nicolò Fumo raffigurante la Madonna di Montevergine con il Bambino in mano (quest’ultimo è stato rimosso ed è conservato ne Museo dell’Opera del Convento) ed è sormontata dallo stemma gentilizio della famiglia Alemagna.

La prima cappella a sinistra è dedicata a San Pasquale Baylon ed era della famiglia Saggese. Fino al 1718 era dedicata allo Spirito Santo, ed era di proprietà della famiglia de Durante di Sava. Attualmente questa cappella è l’unica che conserva l’altare originario seicentesco in stucco. Gli altri, in marmo, furono ricostruiti in marmo negli anni ’30 del Novecento.

La seconda cappella a sinistra è dedicata al Patriarca San Francesco, patrono di Baronissi. Sull’arco lo stemma gentilizio della famiglia Campanile di Sava, che aveva il patronato sulla cappella ed il diritto di sepoltura.

La cappella a destra del coro è dedicata all’Immacolata. Presenta un altare seicentesco di legno intagliato con fregi d’oro, che faceva un tutt’uno con la tavola di Teodoro d’Errico, raffigurante l’Immacolata tra S. Francesco e S. Antonio, ora impropriamente collocata sull’altare maggiore. Nella seconda metà dello scorso secolo è stato scoperto un ciclo di affreschi del XV secolo, raffiguranti scene della vita della Vergine. La cappella sinistra porta sull’arcata lo stemma della famiglia Gaiano di Sava, ed è dedicata a Sant’Antonio. Il pavimento maiolicato risale al Settecento, quando fu rifatta tutta la pavimentazione della Chiesa, distrutta poi nel 1953. Sul pavimento è visibile la lastra sepolcrale della tomba della famiglia Gaiano e sulla parete destra il monumento sepolcrale rinascimentale del giureconsulto Giacomo de Gayano, morto il 12 luglio 1512.

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