Cardile, frazione di Gioi

Cardile è l’unica frazione del comune di Gioi, in provincia di Salerno. Fondata probabilmente tra l’VIII e il X secolo, si trova al centro del Cilento ed è inserita nel suo parco nazionale.

La sua fondazione va probabilmente attribuita ad un nucleo di monaci italo-greci che scelsero quel particolare tratto del Cilento per costruire una laura basiliana chiamata, ancora oggi, “la Laura”, dal greco quartiere.

Il luogo, scelto per erigere capanne di legno, offriva ai monaci silenzio e quiete per la loro meditazione. Ma, per trovare l’odierna Cardile, bisogna fare un salto in avanti fino alla metà del secolo XI, quando le scorribande di Barbarossa costrinsero i vecchi casali ad unificarsi per erigere un nuovo nucleo abitativo votato principalmente allo scopo difensivo. Forte della sua nuova organizzazione, la piccola “Laura” basiliana prese il nome, che tuttora conserva, di Cardile.

La storia del piccolo paese cilentano vive momenti prosperi e momenti di carestia (si ricorda l’epidemia di peste del 1656). Le carestie, la peste e le vessazioni dei baroni Siniscalchi (signori del feudo) costrinsero la popolazione a rifugiarsi nella superstizione: dalla tradizione popolare cardilese sembra essere nata la figura della janara.

È dall’anno 1808 che dà un vero contributo storico grazie ai suoi personaggi più illustri quali Davide, Alessandro e Licurgo Riccio nei moti carbonari del Cilento del 1828.

Il Santo patrono del paese è San Giovanni Battista che si festeggia ogni anno il 24 giugno e a cui è stata dedicata la chiesa del paese.

Cardile fu fondato lungo la dorsale di una collina e presenta un notevole dislivello altimetrico tra un punto e l’altro del paese, tanto che nel catasto conciario del 1754 veniva diviso in tre parti: Piedicardile, Mezzocardile, Capocardile.

Si consideravano, inoltre, come punti di riferimento nella toponomastica: la chiesa, il palazzo baronale, le piazze e i vicoli principali.

La chiesa, costruita probabilmente agli inizi del XV sec., è dedicata a San Giovanni Battista. Sin dalla sua fondazione, essa era costituita da una sola navata; il soffitto era a cassettoni di legno, al centro del quale vi era un dipinto del santo, mentre gli archi reggevano una volta a crociera. Nel corso degli anni ha subito numerose modifiche ed oggi la chiesa presenta nicchie laterali dove sono collocate le statue dei santi e le sue pareti, a seguito del restauro del 1995, sono state arricchite di murales raffiguranti alcuni momenti della liturgia, eseguiti dalla pittrice Gabriella D’Aiuto.
 
Il palazzo baronale si estendeva dalla platea delli venti all’abitazione della famiglia Riccio; al palazzo erano annesse le prigioni, la corte baronale e il frantoio. La platea la lavata (il termine lavata indicava una presa d’acqua pubblica) era in passato la piazza principale del paese; in questa piazza furono esposte le teste dei fratelli Riccio durante i moti del 1828.

La strada che unisce Capocardile e Piedicardile si dirama in varie direzioni, dando origine ad un’intricata serie di passaggi con volta in pietra che conducono nelle abitazioni e negli orti attigui (“Lo Vaglio“, “L’Orto di Gallo“, “Lo Pizzo di Fusco” e “L’Arco della Chiesa“).

Tutte le case del centro storico furono costruite su archi con volta a tutto sesto, in quanto la natura rocciosa del terreno e il dislivello altimetrico consentiva di costruire le abitazioni senza fondazioni, poggiandole direttamente sulla roccia sedimentaria. Inoltre, la posizione degli ingressi orientati verso la strada principale (interna al paese) costituiva un mezzo di difesa alternativo alle mura di cinta.

Questo metodo di costruzione, che raggruppava le abitazioni nelle immediate vicinanze della chiesa e del palazzo baronale, oltre a rendere molto difficile l’accesso al paese una volta chiuse le vie principali, consentiva anche un notevole risparmio di materiali da costruzione. Ancora oggi è possibile vedere sulla facciata di alcune case le cosiddette “saiettere” (feritoie) che servivano come estrema difesa dagli attacchi esterni.

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