Certosa di San Lorenzo

Viale Certosa, Padula

0975.77745

09.00-19.30 chiuso il Martedì

La Certosa di San Lorenzo, conosciuta anche come Certosa di Padula è ubicata a pochi chilometri dal centro abitato di Padula, nel Vallo di Diano. Si tratta della prima certosa ad esser sorta in Campania, anticipando quella San Martino di Napoli e di San Giacomo a Capri.

La Certosa occupa una superficie di 51.500 m², ha tre chiostri, un giardino, un cortile ed una chiesa, risulta uno dei più sontuosi complessi monumentali barocchi del sud Italia nonché la più grande certosa a livello nazionale e tra le maggiori d’Europa.

Dichiarata nel 1998 patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO assieme ai vicini siti archeologici di Velia, Paestum, al Vallo di Diano e al parco nazionale del Cilento.

Dal 1957 ospita il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale.

La nascita di Padula risale al IX-X secolo quando, cessate le incursioni saracene, la popolazione che si era rifugiata nelle alture, preferì insediarsi sulla collina, in prossimità della via consolare, dove ancora sorge il centro abitato.
Alla fondazione del sito della Certosa contribuirono i monaci Basiliani, come testimoniano la Chiesa di San Nicola alle Donne e i ruderi dell’antico Monastero di San Nicola al Torone.

Nel 1296 Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, entrò in possesso della città; in particolare, destò la sua attenzione il sito in cui sorgeva la Grancia di San Lorenzo dell’abate di Montevergine. Nel 1305 ottenne, per permuta con l’abate Guglielmo, tutti i beni della Grancia e li donò ai Certosini di San Brunone. Con l’atto stipulato il 28 gennaio 1306 incominciava a sorgere il primo nucleo della Certosa, che nei secoli assunse le grandiose dimensioni odierne.

L’ordine certosino, fondato da San Brunone con casa gentilizia a Grenoble, era sostenuto dagli Angioini, che favorirono anche, successivamente a quella di Padula, la nascita di altre Certose in Italia meridionale: quella di San Martino a Napoli e quelle di Capri e Chiaromonte.

Nel periodo risorgimentale, la regione circostante la Certosa, che pure diede i natali a molti spiriti liberali, ha conosciuto la tragica fine dei trecento seguaci di Carlo Pisacane.

Della primitiva struttura restano solo pochi elementi, le trasformazioni più rilevanti risalgono alla metà del ’500, dopo il Concilio di Trento: tra queste il chiostro della foresteria e la facciata principale, arricchite nel ’700 da sculture e decorazioni del Vaccaro, nonché la torre degli Armigeri. Secenteschi sono gli interventi di doratura degli stucchi della chiesa, opera del converso Francesco Cataldi. Sempre del ’700 sono gli affreschi e le trasformazioni d’uso di ambienti esistenti.

I Certosini lasciarono Padula nel 1807, perché privati dei loro possedimenti nel Vallo, nel Cilento, nella Basilicata e nella Calabria. Le ricche suppellettili e tutto il patrimonio artistico e librario andarono quasi interamente dispersi e il monumento conobbe uno stato di precarietà e abbandono. I locali esterni furono dati in uso a privati, così come parte deldesertum, l’area agricola di isolamento che circondava la Certosa. Fu campo di concentramento nelle due guerre mondiali, come testimoniano le scritte nella corte esterna e le pitture sulle pareti al piano terra dello scalone.

Sebbene fosse stato dichiarato monumento nazionale fin dal 1882, la Certosa è stata presa in consegna dalla Soprintendenza per i Beni architettonici di Salerno a partire dal 1981 e solo dal 1982 sono cominciati i lavori di restauro di un complesso architettonico tra i più significativi del ’700 nell’Italia meridionale.

Intorno alla corte esterna si svolgeva gran parte delle attività produttive. A sinistra c’era la spezieria, l’abitazione dello speziale e la foresteria, riservata, solo in casi eccezionali, a religiosi e nobili illustri; nel braccio destro si trovavano gli alloggi dei monaci conversi. Era questa la casa bassa che rappresentava il trait d’union tra la Certosa e il mondo esterno.

Nella Chiesa,divisa trasversalmente da una parete, la parte in prossimità del presbiterio era riservata ai padri di clausura, che vi pervenivano attraverso un passaggio interno, i monaci si ritrovavano una volta di notte e due di giorno: interessanti gli altari in scagliola, un tipo di gesso,  con inserzioni di pietre dure e madreperla, il coro ligneo cinquecentesco e la porta in legno di cedro del Libano datata al 1374.

Il piccolo Cimitero antico cadde in disuso quando i padri decisero di farne costruire uno nuovo nel Chiostro grande. Nella Cappella del Fondatore è il sarcofago cinquecentesco di Tommaso Sanseverino (morto nel 1324).

La cucina deriva forse da un refettorio riadattato, poiché vi è stato rinvenuto, sotto una compatta scialbatura, imbiancatura data con una mano di calce spenta, un affresco del ’600 con la Deposizione, e un Cristo circondato da monaci certosini. Il tema delle pitture è, con ogni evidenza, poco idoneo a una cucina.

Nel refettorio, dove vigeva la regola del silenzio, si consumava il pasto comune nei giorni festivi e durante la Quaresima. È una sala settecentesca rettangolare decorata, sulla parete di fondo, con un dipinto a olio su muro del 1749, di Giuseppe D’Elia, raffigurante le Nozze di Cana.

Alla Cella del Priore – appartamento residenziale di ben dieci stanze, con in più vari locali di servizio, l’archivio, l’accesso diretto alla biblioteca, un bel giardino con loggia affrescata e la cappella privata –  si arriva dopo aver attraversato un portone che separa la zona delle celle dei padri da tutti gli ambienti finora descritti. Alla Cella del Priore era annessa una grande biblioteca che custodiva decine di migliaia tra libri, codici miniati, manoscritti, dei quali solo una piccolissima parte, circa duemila volumi, si conserva ancora oggi nella Certosa.

Notevolissime sono le proporzioni del Chiostro grande, che con i suoi quasi quindicimila metri quadrati di superficie, è uno tra i maggiori in Europa. Costruito a partire dal 1583, si sviluppa su due livelli: in basso, il portico con le celle dei padri; in alto, la galleria finestrata utilizzata per la passeggiata settimanale. Durante questa “uscita” la clausura veniva interrotta e i padri potevano comunicare e pregare insieme.

Uno scalone ellittico a doppia rampa, con otto grandi finestroni, unisce i due livelli del Chiostro grande: firmato da Gaetano Barba, allievo del Vanvitelli, dà accesso alla passeggiata coperta, nei cui quattro bracci sono esposte le opere d’arte restaurate nei laboratori della Certosa, provenienti principalmente dai paesi terremotati del Salernitano e dell’Irpinia.

L’aspetto attuale del Parco, attraversato da un sistema di viali ortogonali, per la deambulazione dei monaci nella preghiera, non corrisponde che in minima parte alla sistemazione settecentesca.

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