Santuario della Madonna delle Galline

Piazza D'Arezzo, Pagani

081.919032

09.00-12.00 16.00-19.00

Il Santuario di Santa Maria Incoronata del Carmine detta delle Galline si trova tra via Striano e piazza D’Arezzo.

La tradizione popolare racconta che nel secolo XVI, alcune galline, razzolando, portarono alla luce una piccola tavola lignea su cui era raffigurata la Madonna del Carmine.

Era l’ottava di Pasqua. Il quadro fu forse sotterrato nell’ottavo-nono secolo, per sottrarlo alla distruzione della lotta iconoclasta, che vietò il culto delle immagini sacre, o anche alle feroci incursioni e razzie dei saraceni.

Quest’immagine dopo il disseppellimento, fu conservata a lungo nel piccolo oratorio dell’Annunziatella, detto anche Spogliaturo, perché lì i confratelli, prima di accompagnare i morti alla sepoltura, si svestivano dei loro abiti per indossare quelli prescritti dal rito.

Certamente lo stato di deperimento del quadro rese necessaria la sua riproduzione su tela e ciò dovette avvenire nei primi anni del 1600, quando, a seguito del primo miracolo ad opera della sacra immagine (l’improvvisa guarigione di uno storpio), ne seguirono in poco tempo ben altri sette.

Si infervorò così nel popolo la devozione verso la Madonna del Carmine e nel 1610, accanto all’oratorio dell’Annunziatella, si iniziò la costruzione della chiesa a lei dedicata, che dalla metà del secolo XVIII è conosciuta anche come Madonna delle galline.

Nel 1954 è stata elevata a Santuario Mariano. Gravemente danneggiata dal sisma del 1980, è stata poi restaurata e riportata al suo splendore.

La facciata seicentesca, in stile barocco, alta e culminante nel frontone piramidale, è abbellita da colonne, decorazioni in stucco e due statue allegoriche – la Pudicizia (a sinistra) e la Speranza (a destra).

Sul portale spicca il bassorilievo raffigurante la Madonna del Carmelo con in braccio il bambino, seduta su di un nugolo di nuvole e nell’atto di essere incoronata da due angioletti.

La facciata del santuario si sviluppa in verticale e si caratterizza per “un barocco mesto e contrito, tutto stucchi”.

La parte inferiore di essa, dal portale al cornicione, è scandita da colonne e lesene in stucco, terminanti con fastosi capitelli corinzi che poggiano su un alto zoccolo rivestito di lastre di pietra.

Nell’interclumnio sono poste due nicchie sormontate da frontoni triangolari addossati.

Esse accolgono le statue in stucco della speranza a destra e della Pudicizia a sinistra, in rapporto tematico con la Vergine e il Bambino sul portale centrale, ad indicare un percorso salvifico dove le virtù costituiscono il mezzo per ascendere alla santa Madre, fonte del benessere spirituale.

La statua della Pudicizia imita quella in marmo eseguita dopo il 1750 da Antonio Corradini per la cappella napoletana di san severo dei Principi dè Sangro.

La particolarità delle statue nelle nicchie si rinnova nel prospetto della chiesa del Corpo di Cristo e in quella medio-settecentesca della chiesa del Carmine , sempre in Pagani.

Si tratta di una consuetudine della cultura napoletana già in voga agli inizi del seicento.

Il frontone triangolare è affiancato da contrafforti che lo raccordano alla cornice con mensolone e frontone curvilineo addossato.

Nel basamento del campanile è inserito il portale d’ingresso della Congrega.

All’interno la porta principale del Santuario è preceduta da un vestibolo su cui vi è l’organo con coretto in legno decorato, introdotto nel 1790.

Una porta secondaria è aperta a destra dell´ingresso principale, sull’antica via Consolare.

Nel secolo scorso questa porta era collocata sul lato nord, nel punto in cui oggi si trova la lapide murata che ricorda l’anno 1954 in cui la chiesa divenne santuario, quando vescovo della diocesi nocerina era monsignor Fortunato Zoppas.

Infatti, in quel punto si possono notare due fessure verticali , che arrivano all’altezza della strada, ed una orizzontale.

Accanto alla suddetta porta, sulla destra, vi è un´acquasantiera ai piedi della quale un bassorilievo della Madonna del Carmelo ci ricorda che nel 1621 la prima fabbrica del santuario era già ultimata.

L’edificio, a pianta longitudinale con un’unica navata, conserva in larghezza le misure dell’originaria cappella cinquecentesca.

Per questo motivo risulta priva di un rapporto organico fra larghezza e lunghezza.

Essa corrisponde all’ampliamento della fabbrica operato agli inizi del 1600, a seguito dell’aumento della devozione popolare.

Anche la facciata risulta più scenografica grazie all’abbattimento degli edifici antistanti nel corso del XVII secolo, costituendo uno spiazzo che fa risaltare il volume della chiesa.

All’interno del santuario, su ciascun lato si aprono tre arcate-cappelle con altari che si alternano a lesene corinzie.

A sinistra dell’ingresso principale, una nicchia ospita il mezzobusto in cartapesta di san Gioacchino, patrono dei falegnami, di fattura settecentesca.

Nell’inventario del 1811 essa è riportata in una nicchia sull’altare maggiore.

Continuando sulla sinistra vi è un´altra nicchia con la statua lignea degli inizi del seicento di sant’Onofrio, patrono dei barbieri, rappresentato con corona regale sul capo e con capelli lunghi che alludono alla sua vita di eremita nel deserto della Tebaide tra il IV e il V secolo dopo Cristo.

A destra vi sono la statua di san Giuseppe e quella di san Teodoro, un soldato romano martirizzato nel 306 dopo Cristo.

Le statue, di autore ignoto, furono offerte dai confratelli artigiani per onorare i santi patroni delle rispettive arti.

Soffermandoci ora su ciascuna delle tre arcate ­cappelle, nella prima a sinistra, vi è l’altare policromo con statua in legno di S. Vincenzo de Paoli, realizzata nel 1739.

Il santo, nato nella Francia meridionale nel 1531, fondò diverse congregazioni di carità, fra cui le dame della Carità e i Preti della Missione.

La regola di quest’ultima congregazione fu presa a modello da don Matteo Spanò per l’Associazione religiosa del Missionari nocerini, che ebbero la loro prima sede in questo santuario, riconosciuta il 18 novembre 1755 con un breve di papa Benedetto XIV.

Nella terza cappella, più profonda ed ampia, troneggia la statua settecentesca della Madonna del Carmine, che viene portata in solenne processione ogni anno nella prima domenica in Albis.

Prima del 1821, anno della costruzione del Cappellone, la statua era conservata in un grande armadio in legno pregiato che attualmente occupa l´intera parete della sagrestia nuova, a sinistra dell´abside.

L’armadio , lungo palmi 20, largo palmi 19 (circa 27 metri quadri) e con 28 sportelli, risale al settecento.

In un documento del 1840 che ne affidava il restauro “ai maestri dell´arte Luigi Russo falegname e a Francesco Striano indoratore e pittore ” , Raffaele Pepe, segretario della Confraternita , afferma che lo stiglio è “fatto da tempo antico”. Nell’armadio si conservano oggi, come in passato, i paramenti sacri per le funzioni religiose.

In un angolo della sagrestia vi è un lavabo in marmo del XVIII secolo.

Tornando nella chiesa, sul lato destro, nella prima cappella, troviamo l’altare con la statua di sant’Agata di Catania, onorata come protettrice dei confratelli contro le ire del Vesuvio, che durante i secoli aveva minacciato più volte il territorio con le sue eruzioni.

Nella seconda , la statua di santa Rita da Cascia , verso la quale la devozione è più recente.

Il terzo altare , costruito nel 1875, è sormontato da una tela con Crocifisso , copia ottocentesca del Crocifisso del fiammingo Anthoine van Dick, eseguito nella prima metà del seicento e conservato nel museo di Capodimonte in Napoli.

L’altare maggiore e quelli laterali, costruiti nel 1776, sono opere pregevoli del tardo barocco, forse realizzate da valenti maestri marmorari campani.

Non è improbabile l’influenza di Crescenzo Tronchese, maestro marmoraro formatosi nell’ambiente del Sanmartino, il quale realizzò nel 1763 nella chiesa di san Michele Arcangelo a Salerno l´altare maggiore a cui si rifà quello del santuario.

Assai simili, infatti, sono alcuni elementi compositivi , come il commesso marmoreo, le volute, gli angeli reggi fiaccola a figura intera, il tabernacolo arricchito di sculture, il paliotto con sarcofago.

Il cassettonato ligneo del soffitto del santuario della madonna delle galline ha precedenti illustri a Napoli e in altre chiese della Campania (santa Maria la Nova, duomo, santissima Annunziata , san Paolo Maggiore a Napoli, san Vito a Marigliano presso Nola, santissima Annunziata a Capua, Collegiata di Solofra).

Eseguito probabilmente durante il restauro della chiesa nel 1712, esso ha subito una serie di interventi nel corso del secolo successivo, dal momento che le tele erano state danneggiate gravemente dall’acido tannico prodottosi al contatto con l’acqua piovana infiltratasi dal tetto, con il conseguente distacco in più parti della pellicola pittorica.

Il soffitto è lungo 81 palmi e largo 27,5, pari a 864 metri quadrati.

Il restauro del 1856 progettato dall´architetto Alessandro Baccari costò alla confraternita 2652 ducati.

I lavori di riparazione furono sollecitati dal vescovo D´Auria che minacciò di interdire al culto il Santuario, ciò spiega perché la confraternita si sottopose al sacrificio di una così cospicua somma.

I lavori di restauro delle tele furono affidati al pittore Luigi Montesano, col quale collaborò un certo pittore Giovanni Pennafilica.

Il Montesano è autore della tela che sostituì quella danneggiata dall´umido raffigurante San Francesco di Paola.

Una tela di analogo soggetto il Montesano realizzò per la chiesa dell’Annunziatella di Salerno, altre sue opere sono conservate al Palazzo Arcivescovile di Salerno e San Giovanni di Dio.

L’intervento di restauro effettuato tra il 1995 e il 1998 è stato unicamente di tipo conservativo.

Per tale motivo, le tele continuano a presentare lacune di colore.

E´ difficile ricostruire con precisione le origini del cassettonati, del quale esistono riferimenti solo nei documenti ottocenteschi, gli unici conservati nell’archivio della Confraternita e dalla consultazione delle visite pastorali effettuate dai vescovi nocerini fini al 1720 non sono emerse indicazioni riguardo all’opera.

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