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Il comune di Valle dell’Angelo è situato a 620 m s.l.m. nell’alta valle del Calore Lucano, alle pendici del monte Ausinito. Il territorio comunale ha un’estensione di 37 km² e confina con i comuni di Laurino, Piaggine, Rofrano e Sanza.

Il Municipio è situato in Piazza Mazzei 13 cap. 84070.

In origine Valle dell’Angelo era casale di Laurino, ed a quest’ultimo è legata la sua storia. Era infatti denominato nella Regia Camera con il nome di Laurino Le Chiaine Soprano o Laurino Soprano. Alcuni autori ritengono che sia stato edificato per come luogo luogo di riparo durante le transumanze, tanto che vi sono due siti nell’abitato, l’uno chiamato Zaccaro, nella parte inferiore dell’abitato, e l’altro Porcile.

L’origine del borgo si fa comunque risalire intorno al X secolo d.C., con l’arrivo dei monaci basiliani. Questi provenivano dalla Siria e dall’Epiro per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. Proprio ai monaci italo – greci si deve l’opera di risanamento attuata a Valle dell’Angelo, da cui l’economia trasse notevole benefici, soprattutto in seguito alla devastante guerra greco-gotica del VI secolo.

Quando gli arabi occuparono la Sicila nel sec.IX, molti si rifugiarono nella Calabria, nelle Puglie, in Lucania e nelle nostre zone. Tale fatto è suffragato dalla presenza di due importanti cenobi, fondati da questi monaci, aderenti alla regola di San Basilio (basiliani), l’uno denominato di Sant’Arcangelo di Campora e l’altro di San Vito di Fogna (Villa Littorio), che erano alle dipendenze della grande Badia Basiliana di Santa Maria di Rofrano, che a sua volta era Gancia del monastero di Grottaferrata. Intorno ai conventi fondati dai basiliani si raccolsero pastori e gente di luoghi vicini per dissodare le terre, coperte da secolari impenetrabili boschi, adattandole a coltivazioni di viti, ulivi, leguminose ed altro. In origine questa gente viveva in capanne di legno, poi in piccoli vani di pietra, coperte di terra battuta, e, quindi in altre abitazioni più grandi, coperte di tegole di creta cotta, sorrette da rigidi travi di legno.

Dal 1363, Valle dell’Angelo passò sotto la giurisdizione della Badia di Cava. Il casale dipendeva come casale da Laurino, dal momento che questo, fondato dai longobardi che edificarono il castello, ritennero opportuno renderlo Stato feudale, data l’importanza acquisita, assoggettandogli sei casali, tra cui Valle dell’Angelo, che non dipese più spiritualmente dalla parrocchia di Santa Maria Maggiore dal 1555.

Nel 1571 i casali di Valle e di Piaggine si staccarono da Laurino anche per i pagamenti fiscali, come afferma Pietro Ebner, per cui rimase attaccato a Laurino soltanto il casale di Fogna, che durante il periodo fascista cambiò il nome in quello attuale di Villa Littorio.

Piaggine Inferiore divenne frazione di Laurino fino al 1873, quando cambiò nome e fu elevata a capoluogo di comune. La presenza dei monaci italo – greci in questa vasta zona è testimoniata anche dal fatto che gli abitanti di Valle dell’Angelo sono denominati “li Piroti”, fenomeno che interessò altri centri del Cilento, come San Giovanni a Piro, Perito, Caselle in Pittari.

Dal 1820 al 1860 vi furono annose controversie inerenti alla questione demaniale. Migliaia di tomola di terreno, fra quelli alienati dal demanio e quelli dai grossi proprietari terrieri, erano entrati in circolazione, dando vita a nuovi proprietari che, d’accordo con i vecchi feudatari, originavano un fronte insormontabile di resistenza ad ogni richiesta dei comuni e soprattutto dell’enorme schiera dei contadini, in definitiva contadini, operai, braccianti rimasero esclusi da ogni assegnazione, e proprio per il desiderio di vedere ristabilita la comunità delle terre, diedero vita ad un “comunismo”, i cui aderenti vennero appellati come “comunisti”.

Questa vertenza fu agitata da locali sette, nate dalle masse popolari, i cui problemi non venivano risolti dalle istituzioni. In queste sette operarono due cittadini di Valle dell’Angelo, Antonio Pisciottano e Andrea Mastrandrea, i quali avversarono profondamente i Borboni, contro i quali congiurarono duramente. Lo stesso fece Barbato Andreoli, che si affiancò ai Capozzoli di Monteforte. Cooperarono nella programmazione dell’insurrezione cilentana del 1828 e 1848, attuando contratti segreti con i più noti cospiratori del Cilento.

Affiliati alla setta “Fratellanza”, difesero le ansie dei contadini, lottando contro la strapotenza dei ricchi proprietari. Per questo furono arrestati e condannati.

Una nuova nota venne a scuotere il mortificante quietismo dei paese del salernitano dal 1857 al 1859. In ogni dove cominciarono ad organizzarsi centri e comitati rivoluzionari.

L’azione della polizia fece allentare l’attività cospirativa messa in atto dai cospiratori salernitani. Il nome di Garibaldi era sulla bocca di tutti e si aspettava con ansia l’eroe, al cui seguito erano cinque cilentani: Michele Magnoni, Filippo Patella, Francesco Paolo Del Mastro, Leonino Vinciprova e Michele Del Mastro. I patrioti rimasti in provincia preparavano le armi e reclutavano quante più persone fosse possibile.

Con la proclamazione dell’unità d’Italia, a cui Piaggine Sottane aderisce, si determinò una crisi lunga e profonda. Quando la legge dell’agosto 1861 unificava il debito pubblico del Regno Sardo, che era il doppio di quello di Napoli, questo fu un grosso peso per il sud, dove l’economia era stata fortemente vilipesa dalla caduta dei prezzi agricoli, dalle industrie domestiche e da quelle industriali, che erano l’asse portante dell’economia.

Inoltre il problemadelle terre non era stato ancora risolto: ciò comportò il permanere di grandi latifondi e di conseguenza la classe rurale era sempre più povera. Si venne ad attuare il “protezionismo”, ideato dagli industriali nordici, determinando aumenti dei prodotti industriali “protetti”.

Le speranze, quindi, andarono deluse, perché a quella unità non corrispondeva l’unità degli italiani. Il popolo vedeva ad un esercito d’occupazione, quello austrico, sostituirsi un altro esercito, il proprio, che si comportava peggio del precedente.

Il popolo cilentano, dunque, per secoli vittima delle angherie dello straniero, si vide tradito per l’ennesima volta da quegli stessi che esso aveva chiamato per creare la nuova nazione.

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